Aerial views di città italiane ottenute con Bing e manipolate con la app dell’iPhone Glitché, realizzate da White. Direttore creativo: Carlotta Petracci.

Tra gli epifenomeni della globalizzazione incontriamo il turismo di massa, che può essere interpretato secondo differenti chiavi di lettura, pur rimanendo una delle manifestazioni privilegiate del consumismo postmoderno e del tipo di soggettività che plasma. Consumo di luoghi, ma anche di culture. Il turismo internazionale pur essendo un’eredità dell’epoca moderna, oggi appare come il prodotto di una nuova forma di imperialismo economico di carattere euro-occidentale. Il recente attacco terroristico alla stazione balneare di Sharm el-Sheik rientra in questa logica. La sua tragicità serve a ricordare che l’attrito tra popoli non è solo un problema di scontro tra Civiltà, quanto piuttosto di coabitazione planetaria, alla luce delle implicazioni vicendevoli tra cultura, politica, religione, economia e consumo. Nonostante ciò, il turismo continua a essere indifferente e resistente nei confronti di queste problematiche.

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Ammantato d’idealità di ogni tipo al contrario viene promosso da governi, istituzioni e brand globali, pur configurandosi come la caricatura dell’incontro tra culture, e come un’attività che comporta polarizzazione territoriale e innesca processi di profonda divaricazione socio-economica. Il turismo infatti è principalmente un fenomeno economico, con profonde implicazioni socio-culturali, che, specialmente negli ultimi decenni del XX secolo, ha acquisito una rilevanza fondamentale, a fronte degli alti tassi di crescita del settore, equiparabili, se non superiori, a quelli di trasporti, comunicazioni e informatica, con i quali opera in maniera sinergica. Una definizione classica lo identifica con quel complesso di relazioni e manifestazioni che sorgono dal viaggio e dal soggiorno temporaneo di “stranieri” in luoghi alieni. Nonostante oggi, nell’epoca della mobilità permanente degli uomini e delle cose, risulti sempre più difficile stabilire quale contesto sia straniero o familiare, quale territorio sia oggetto delle nostre cure, della nostre esplorazioni o del nostro consumo.

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Anche il mito del viaggio come apprendimento si stempera di fronte al turismo, che si qualifica piuttosto come svago, ricreazione, recupero e convalescenza. Se è a partire dai Grand Tour Sette-Ottocenteschi che si comincia a parlare di emergenza del fenomeno turistico, all’opposto nel passaggio dalla modernità alla postmodernità il fenomeno cambia, poichè svago, gioco e apprendimento fanno parte di un’unica esperienza. Il Grand Tour diversamente dal turismo contemporaneo rappresenta un momento fondamentale nella formazione dei giovani appartenenti alle famiglie europee dell’aristocrazia e, successivamente, dell’alta borghesia. Consiste nella visita ai più importanti centri della cultura dell’epoca, con una certa predilezione per il Sud dell’Europa e in particolare per l’Italia (si ricordi Viaggio in Italia, di Johann Wolfgang von Goethe) e le vestigia della cultura classica. Ha dunque una connotazione estremamente elitaria. Verso la fine dell’Ottocento il turismo comincia ad acquisire caratteristiche di massa, con l’inaugurazione delle prime stazioni balneari: avvenimento largamente favorito dal miglioramento del sistema viario e dei trasporti (Urry John, Lo Sguardo del Turista).

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Ma la trasformazione vera e propria del turismo di élite in un fenomeno che coinvolge larghe fasce della popolazione si verifica dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la democratizzazione del possesso dell’automobile come mezzo di trasporto individuale e familiare e l’affermazione dei voli transcontinentali e transoceanici. Il turismo quindi è favorito, oltre che dal miglioramento dei redditi individuali, da più convenienti condizioni tariffarie e da fattori tecnici, politici e sociali. A questi si aggiunge un’evoluzione psicologica in atto nelle società occidentali, connessa all’esperienza metropolitana. L’alienazione prodotta dalla vita in città motiva il desiderio di evasione e il bisogno di socialità. La separazione tra tempo del lavoro e tempo libero, comporta lo sviluppo di attività di loisir e intrattenimento, tra cui appunto turismo e consumo. Divenuti col tempo sinonimi, in un mondo che si pensa e configura all’insegna della terziarizzazione. Il turismo nell’analisi di Gabriele Zanetto appare come: “consumo banale travestito da investimento, convalescenza camuffata da viaggio, conferma del già detto vestita da esplorazione (…) simulacro vuoto del viaggio, condotto senza la cultura, o senza il tempo, o senza la voglia di farne un viaggio” (Zanetto Grabriele, in Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.XII).

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L’esperienza turistica sembra riguardare principalmente l’osservazione di una scenografia, si tratti di paesaggi naturali, landscape urbani, o simulacri (Urry John, Lo Sguardo del Turista, pag.15). Lo sguardo del turista, essendo “passante”, si limita a raccogliere segni, non concentrandosi sulla comprensione delle connessioni profonde al di sotto delle apparenze. La trasformazione del mondo in uno spettacolo, esclude la dimensione della cura e denota la scarsa riflessività di questo soggetto. Il turista vive in una sorta di distanza, per questo è un cosmopolita e non un meticcio, poiché non si confonde con l’Altro, al massimo si traveste, indossa maschere ma non mette mai in discussione la sua appartenenza culturale, il suo privilegio, la consapevolezza di fare parte di una élite globale. Ricercatore di sensazioni, emozioni ed esperienze, è un soggetto che vive di sogni e desideri, risolve l’Altro (come Natura o alterità culturale) in oggetto di valutazione estetica, e si predispone con gioia alla continua ricerca del piacere. Le caratteristiche che lo distinguono da altre figure di viaggiatori sono secondo Cohen: la durata del viaggio, la volontarietà, la direzione, la distanza, la ricorrenza e gli scopi. Il turista è un viaggiatore che si muove volontariamente e per un periodo di tempo limitato, per trarre soddisfazione dall’esperienza della novità e del cambiamento, e seguendo un itinerario relativamente breve e non ricorrente. Quando invece manca l’elemento della volontarietà si parla di altre figure, tra cui: l’esiliato (anche volontario), lo schiavo, il prigioniero di guerra oppure il rifugiato politico.

 

Saggio tratto da Extended Mind. Viaggio, comunicazione, moda, città, a cura di Carlotta Petracci, anno 2006.  Post Turismo, Parte I.