L’incontro tra moderno e globale, nelle società più avanzate, determina una maggiore complessità nelle dinamiche che portano alla formazione delle differenze culturali che, non più riconducibili a quelle etniche, di genere, economico-sociali o a subculture particolari, si pongono come trame di relazioni e reticoli di interessi che legittimano inclusione ed esclusione in ambito globale e locale, e reciprocità nei processi di identificazione. Questa situazione spinge a pensare identità e appartenenza non più in termini naturali ma artificiali e culturali. Non più come entità statiche, confinate e immutabili bensì processuali, sconfinate, mutevoli e potenziali. Derivanti dalla combinazione di due logiche: da un lato quella riproduttiva, che privilegia spessore storico, mantenimento e difesa dell’identità collettiva e dall’altro quella produttiva, in cui il rapporto in tensione tra soggettività e collettività, appartenenza e indipendenza del soggetto, motivano riflessioni critiche e spinte verso innovazione e invenzione. Si tratta di un processo complicato che può portare a configurazioni inedite quanto a irrigidimenti identitari, in funzione del peso accordato alle due logiche; delle posizioni sociali occupate dai gruppi e dalle minoranze; delle relazioni intrattenute con l’individualismo e l’universalismo moderni e tardomoderni; e della distinzione – in virtù dei diversi contatti e periodi di contatto con la modernità -, tra “minoranze prime”, “minoranze involontarie”, prime ondate migratorie e diaspore contemporanee (Wieviorka Michel, La Differenza Culturale, pag.104).

Long Beach, United States. Photo: Joseph Ngabo.

Un processo importante per comprendere le “origini”, le stratificazioni, le inversioni di rotta, i ribaltamenti e le nuove direzioni delle differenze culturali e delle identità: postmoderne, post-nazionali, post-culturali e postcoloniali. Tutte analogamente polifoniche, policentriche, transterritoriali e reticolari, ma non per questo assimilabili. Sin dal principio infatti il movimento di estensione delle frontiere moderne ci pone di fronte ad una geografia molto meno chiara di quella ereditata dalla storia ufficiale. La penetrazione della cultura occidentale in altri contesti se in un primo tempo legittima la formazione di società e nazioni che sradicano e interiorizzano rapidamente le popolazioni locali, invero, implica successivamente la formazione di minoranze che si pongono il problema di una ridefinizione identitaria, che avviene in maniera differente a seconda dello statuto e delle caratteristiche socio-culturali dei gruppi particolari. Nel caso delle “minoranze prime”, ad esempio, la consapevolezza della propria differenza radicale data dall’antecedenza storica alla dominazione territoriale comporta, soprattutto in principio, posizioni di rifiuto e di chiusura che cercano di controbilanciare l’esperienza della violenza subita. La crisi delle popolazioni autoctone prende corpo attraverso posizioni secessioniste che legittimano resistenza all’assimilazione, rivendicazione della tradizione e degenerazione sociale. A cui segue anche la richiesta di autonomia politica, conclusasi nella maggioranza dei casi con un inserimento economico facilitato da privilegi e vantaggi, che in qualità di palliativo della piena partecipazione alla vita della nuova società rinvia di fatto a cannibalizzazione culturale e adeguamento delle culture particolari ai gusti occidentali, con conseguente trasformazione del vitale e del sacro in arte.

Arte che, oltre ad esistere solo in seguito al contatto con la modernizzazione, viene pensata al di fuori di qualsiasi quadro antropologico, e che considerata solo per i suoi valori estetici e formali ben presto entra nei circuiti del mercato internazionale. Con l’andare del tempo e il lento passaggio alla tarda modernità però la contaminazione culturale produce esiti inattesi; alla condizione iniziale di resistenza comunitaria e di chiusura fa da corrispettivo una rinnovata esigenza di apertura che muove verso la reinvenzione di forme culturali originali, che invece di isolarsi dal passato lo rinvigoriscono giocando su differenza, transculturalità e costruzione di nuove figure dell’alterità. Alterità postcoloniali, post-culturali, antropofagiche che ridisegnano la geografia umana e territoriale di popoli passati attraverso l’esperienza della subordinazione e dell’esclusione e che, entrati a pieno titolo nel monderno globale, possono dirsi, non senza frizioni, ibridi e meticci. Tutto ciò si inscrive nell’attualità, dove società dai vissuti differenti si trovano a confrontarsi con multietnicità, plurilinguismo, multivocalità, e con nuove forme di destrutturazione identitaria, violenza, rifiuto, esclusione, colonizzazione e rivendicazione. Di qui la necessità di continuare a guardare criticamente al passato, riportando alla luce legami, momenti e modalità attraverso cui scontri a viso aperto e movimenti sotterranei hanno sostenuto richieste e permesso di guadagnare posizioni differenti in seguito a esperienze dolorose e pesanti squalifiche, indotte dalla cecità con cui la modernità di ieri ha trattato il problema della diversità e dell’alterità. Come suggerisce il tortuoso percorso dell’africanità all’interno del paradigma identitario di altre geografie – continente americano ed europeo – tra sradicamento imposto e progressive ondate migratorie.

Dalle iniziali rivendicazioni etno-razziali alle prospettive culturali postcoloniali che riscrivono il moderno a partire da uno sguardo decentrato e dal margine, e richiamano il passato giocato sulle due sponde dell’Atlantico e l’esperienza del contatto con la modernità e l’iper-modernità. L’etnicità nera fa parte di una storia stigmatizzata dalla violenza dello schiavismo, e che, in quanto tale, non può prescindere dalla sensibilizzazione ai temi del dominio, della discriminazione, dello sfruttamento, dell’esclusione e della distruzione dell’identità culturale. L’assenza di un passato epico e glorioso, la fragilità dell’eredità storica e la sua naturalizzazione nelle forme del razzismo e di un’umanità degradata rendono perciò particolarmente ardua la ridefinizione in termini riproduttivi, per via dell’impossibilità di richiamarsi o reinventare le tradizioni e di fare bricolage. Ciò comporta la necessità di fare della condizione di “minoranza involontaria” (Uzo Ogbu John, in Wieviorka , La Differenza Culturale, pag.106) il punto di partenza per qualsiasi forma di rivendicazione – sia essa politica, sociale, razziale, etnica o culturale – e proiezione identitaria futura. Sempre in dialogo con una storia negativa, che non permette ridefinizione se non attraverso il riconoscimento della privazione, e che non autorizza richiesta di uguaglianza, se non attraverso il ricordo e la costruzione della differenza.

Toronto, Canada. Photo: bantersnaps.

A partire dagli Anni Sessanta, superate le prime forme di rivendicazione etno-razziale dell’affirmative action si procede ad una rivendicazione più in termini culturali che naturali, politici o civili, la quale attraverso l’esperienza dei Blacks degli Anni Settanta giunge sino all’articolazione dei nuovi discorsi degli Afro-Americani degli Anni Ottanta. Di quella double consciousness che comunica attraverso la musica, prima reggae poi graffiata e soggettivizzata attraverso lo scratching, l’esigenza di inscrivere la propria identità storica entro il paesaggio pubblico americano e mondiale. Dalla Rat Race di Bob Marley, con l’immancabile “Don’t Forget Your History. Know Your Destiny”, si passa alla cultura hip hop con tutta la sua estetica che combina in maniera inventiva tribalismo e modernità, diffondendo il desiderio di oltrepassare il puro e semplice riconoscimento etno-razziale, attraverso la maturazione della consapevolezza del proprio sé traslocato.

Photo: Joel Muniz.

La musica e più in generale le arti divengono, per culture sradicate e trapiantate, modalità alternative – alla cultura bianca, maschile e occidentale e alla Storia ufficiale – attraverso cui parlare della Storia e della memoria della diaspora e dei processi di assimilazione entro nuove società; della loro difficile elusione, soprattutto all’interno del contesto americano, dove il rifiuto culturale passa attraverso l’esclusione socio-economica. Come dimostra proprio il caso dell’hip hop: assoggettato e indebolito dal giogo delle industrie culturali, dalla frizione tra desiderio di partecipazione economica delle minoranze e disponibilità alla commercializzazione di ogni loro manifestazione identitaria. Da cui la consapevolezza che la condizione di sradicamento, segregazione, iper-sfruttamento e alienazione vissuta nelle società di accoglienza non sia facilmente ribaltabile, essendo costruita sulla debolezza dei riferimenti identitari e su un’adesione costantemente in bilico tra volontarietà e involontarietà, e che risente delle suggestioni del mito narcisistico dell’individualismo moderno: dell’auto-affermazione socio-culturale attraverso la partecipazione economica. Il desiderio di uscire dalla povertà – una povertà divenuta oggi una vera e propria cultura universale – si accompagna alla valorizzazione in termini economici della propria specificità culturale, presentandosi come l’unica via per acquisire diritti reali all’interno delle società (tardo) capitaliste. Dal momento in cui economico, sociale e culturale diventano inscindibili e si inscrivono nel globale, i concetti di società e sociale non sono più esaustivi. Il sociale si sfrangia in una complessa costellazione di comunità in transito (Fiorani Eleonora, La Nuova Condizione di Vita, pag.185), dando luogo anche a una moltitudine di socialità e culture fuori mercato, che non sono in alcun modo riconosciute, legittimate né incluse nell’habitat comunicativo, che però cercano sempre di partecipare.