Il mondo in cui viviamo, che ci appare “senza confini”, sfugge a qualsiasi rappresentazione che pretenda di fissarlo in una forma immutabile. Disseminato di una molteplicità di luoghi, che percepiamo, ma che non possiamo descrivere perché non sappiamo compiutamente pensare, è un caleidoscopio di immagini mediali che vengono captate da “corpi territoriali pieni di occhi” e “innervati delle pienezze della mente”. L’implosione dello spazio e del tempo, nel circuito istantaneo della comunicazione, annullando le distanze le sottrae alla scrittura terrestre, vincolandole alla velocità con la quale possono essere superate. Tutt’a un tratto appare chiaro che il mondo diviso in continenti, paesi e regioni, la cui rappresentazione confortava, era quello disegnato da società in cui la natura primitiva dei trasporti e la difficoltà di viaggiare determinavano dei contatti assai limitati. Oggi che i messaggi si muovono più veloci dei corpi, vicino e lontano stanno insieme in uno tele-sguardo imbevuto di rappresentazioni sincroniche. Le tecnologie, consentendo all’informazione di viaggiare separata e indipendente da vettori corporei, liberano i “significanti” dal vincolo delle cose e degli eventi significati.

Kiev, Ukraine. Photo: Marjan Blan.

Intrecci di rappresentazioni senza profondità costituiscono il corpus di un’esperienza cognitiva altamente complessa, in relazione alla quale percepiamo il mondo nel suo farsi pellicola, nel suo disporsi su di una superficie appiattita, indistinta e patinata dalla quale estrapoliamo solo i frammenti che più colpiscono i nostri sensi. L’iperspazio della postmodernità, immateriale, pervadente, eccedente, sfugge al nostro linguaggio, ai nostri schemi, alla nostra capacità di rappresentare a partire da categorie strettamente corporee. La comunicazione, annegando tutto nell’immediato, scardina così le pratiche con cui ci definiamo, negando esplicitamente la possibilità di uno sguardo prospettico e di un pensiero identitario come prodotto del distanziamento e del riconoscimento della differenza. Costanti incursioni del lontano, nella dimensione spazio-temporale del quotidiano, inducono identificazioni effimere e puntuali, riducendo l’alterità al vuoto dello scoop e dello spot pubblicitario. La spettacolarità, sostituendosi al potere filtrante della lontananza, rinvia ad una lettura dello spazio antropizzato che tende sempre di più a confonderlo col corredo di rappresentazioni e immagini che ne formulano il racconto.

Kiev, Ukraine. Photo: Marjan Blan.

“Il testo pertanto acquista vita propria, diventa il nostro vero campo d’azione”, e “la pretesa “verità” della storia e la presunta conoscenza “oggettiva” della geografia si infrangono così di fronte alla pluralità dei linguaggi e alle infinite letture che i vari soggetti possono dare della realtà” (Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.59). La riduzione del mondo in categorie comprensibili è condizionata dal discorso con il quale la attuiamo e dai concetti che lo sostanziano. La geografia, secondo la tesi sostenuta da Umberto Eco ne Il Pendolo di Foucault (Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.59), diviene una lettura del mondo filtrata da una sensibilità particolare, e la storia un crogiolo di percorsi interpretativi del passato, frutto entrambe di un rapporto mediato col lontano dall’interposizione del sé, che si iscrive invece nell’intorno e nel vicino. La percezione di questo mutamento dello sguardo, che dalle vette della mente si riavvicina al suolo ricollocandosi nel ventre, divenendo allo stesso tempo accogliente e senziente, definisce un territorio incerto in cui l’universalismo delle grandi narrazioni, divisioni e definizioni, diviene un percorso impraticabile.

Photo: Marjan Blan.

Le continue dislocazioni e localizzazioni alle quali quotidianamente siamo soggetti, fisicamente e visivamente, determinano l’elaborazione di mappe territoriali, mentali e affettive, che strutturano una “geografia virtuale come il paesaggio” (Guarrasi Vincenzo, in Bonora Paola, Comcities, pag.91), mutevole come lo sono le identità degli attori che la disegnano. In relazione alla quale, l’unica rappresentazione del mondo possibile è quella che cambia continuamente configurazione a partire dalle relazioni che i soggetti intrattengono tra loro e con l’ambiente. Una volta che si è sostituito lo spazio neutro, su cui incidere e leggere in negativo l’azione individuale, con uno spazio pieno e denso di rappresentazioni allegoriche, il confronto con un sapere geografico destrutturato, frammentario, episodico e spettacolare diviene condizione imprescindibile per progettare interventi territoriali di qualsiasi genere e scala.

Kiev, Ukraine. Photo: Marjan Blan.

Come avverte Gabriele Zanetto (Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.62), “progettare compiutamente un intervento territoriale, tutto prevedendo e compiendo, risulta sempre più un’impresa ingenua tale è la complessità delle interdipendenze ambientali. L’ordine del territorio ci si presenta come un prodotto in-intenzionale dell’azione umana, capace di imporci le sue regole: la grande macchina necessaria ci appare autonoma e indipendente”. La relazione sempre più complessa tra noi e i luoghi, attraversati dalle reti dei flussi dell’economia e della comunicazione globali, dà vita ad un groviglio di mondi che possono convivere o entrare in conflitto, diluendo o solidificando i confini che li separano. Il territorio “reale” sfugge tra le mani, non si rende disponibile all’investigazione come tutto, vive nelle rappresentazioni che lo evocano in maniera frammentaria e contraddittoria, tanto da divenire alternativamente fondale su cui collocare “pseudo” eventi, spazio grezzo per la costruzione di narrazioni, background per la battaglia di spot che alimentano il mercato dell’informazione (Minca Claudio, Spazi Effimeri, pagg.65-66).

 

Saggio tratto da Extended Mind. Viaggio, comunicazione, moda, città, a cura di Carlotta Petracci, anno 2006.