La prima volta che vidi una sfilata di Vetements era il 2015, a marzo. Ne avevo già persa una la stagione precedente, saltata con snobismo in favore di qualche brand più legato all’establishment ma nel marzo di due anni fa decisi che, nonostante la tarda ora e il fatto che fosse fuori dal cartellone principale della camera nazionale della moda di Parigi, forse ne sarebbe valsa la pena. Ricordo che era posizionata alle 22, dopo Lanvin (che sfilava a Bercy in un ex-capannone industriale) e io avevo solo tanta fame ma, grazie ad alcuni colleghi pronti ed entusiasti, presi un taxi e mi presentai a Le Depot, un famoso locale gay del Marais dove questo tal Demna Gvasalia avrebbe presentato la sua collezione nella dark room. Lì cominciò la mia storia d’amore con questo brand indipendente, il più indipendente dai tempi di Margiela, e da allora non ho mai smesso di seguirlo (2 anni e mezzo è tantissimo per il calendario della moda); intervistai Demna Gvasalia poco dopo e, con grande orgoglio, posso definirmi uno dei primi ad aver posato gli occhi su questo giovanotto georgiano che oggi manda avanti il marchio-fenomeno del momento ed è anche direttore creativo di Balenciaga. Sono passate ben quattro stagioni e, per la collezione s/s 2017 ha avuto un’intuizione che non può che fruttargli denaro e gloria eterna perché è la summa di tutto questo incrocio (di gran moda oggi) tra pret-à-porter e streetwear, del quale è perfetto ambasciatore.

La collezione è stata progettata in collaborazione con una serie di marchi che rappresentano l’establishment del mondo dell’abbigliamento: da Brioni a Schott, da Levi’s a Eastpak, da Mackintosh a Reebok, da Comme des Garçons Shirt a Dr. Martens, da Alpha Industries a Canada Goose fino ad arrivare all’ormai semi-mitico Manolo Blahnik. Ciascuno di questi ha messo a disposizione dell’indipendentissimo Vetements la sua fama, che è stata utilizzata per creare capi che partono dai loro pezzi più iconici per poi essere smontati, ricostruiti, modernizzati, digeriti ed essere riproposti come qualcosa che poco ha a che fare con il pezzo d’origine. Eastpak è famoso per gli zaini? Vetements ne ha fatto delle pochette; Brioni per gli abiti da uomo sartoriali? Sono stati trasformati in una versione eccessivamente oversize che ironizza (con un tono alla Margiela) sugli Anni Ottanta e sulle silhouette peggiori nella storia della moda che fanno capo tutte a quel decennio sventurato. Devo essere sincero: mai indosserei un capo di Vetements, sono troppo noioso per quelli, ma quel piacere e quell’ironia che provocano in me le magliette di DHL o le felpe con il cappuccio da vero nerd da high school del midwest non ha pari. Ciò che ci si augura è che non perda per strada le sue belle idee perché la moda ha bisogno di uno come lui, che ironizzi sulla moda stessa e che insegua il brutto come unico modello di bellezza.

 

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